SHIKADO

In questo blog troverai le riflessioni di un insegnante di arti marziali sulla natura del budo e sul suo significato nel contesto della civiltà contemporanea. Vi troverai inoltre pensieri concernenti i saperi strategici e la loro rilevanza nella formazione dell'individuo. Poichè questi appunti seguono un unico filo discorsivo, ne consiglio la lettura a cominciare dal primo.

Saturday, January 28, 2006

1. Che cosa vuol dire aikido?


Che cosa vuol dire aikido?

Quando un nuovo praticante si iscrive ad uno dei miei corsi di aikido, a meno che non si tratti di un bambino, non passa molto tempo in genere prima che, a termine di qualche lezione, egli mi chiami in disparte e mi chieda: "Maestro, che cosa significa la parola aikido?". Questo è per me uno dei momenti più difficili dell'insegnamento, uno di quei momenti in cui sento di correre seriamente il rischio di compromettere il delicato rapporto di fiducia che si sta cominciando a creare tra di noi. Il problema è che se rispondessi in modo troppo rigoroso a questa domanda il mio interlocutore resterebbe alquanto disorientato e perplesso circa la natura delle cose che è venuto ad imparare o, peggio, crederebbe di aver capito il senso della mia risposta senza in realtà aver compreso un bel niente a causa della sua mancanza di esperienza diretta, e questo farebbe immediatamente di lui, in entrambi i casi, un cattivo studente. Se d'altronde mi limitassi a rispondere con una di quelle formulette vaghe, rozze e inconcludenti che si usano ripetere nell'ambiente dell'aikido (anche ai più alti livelli) peccherei seriamente contro lo spirito della mia pratica e negherei di fatto cose che molti uomini prima di me e insieme a me comprendono benissimo. Così, in genere, quando un principiante mi domanda "che cosa significa la parola aikido?" io mi limito ad eludere questo interrogativo e a ribattere, per dovere di onestà, che adesso egli non è ancora in grado di comprendere la giusta risposta alla sua domanda ma che verrà prima o poi un giorno in cui tale risposta gli apparirà da sola così chiara che egli stesso non sentirà più il bisogno di chiedere per poter capire. Forse anche questo è un modo rischioso di gestire la legittima curiosità del praticante novizio ma, francamente, non ne ho ancora trovato uno migliore e più onesto.
Il fatto è che tradurre la parola (o, meglio, l'espressione aikido) significa tradurre anche la nozione di ki e non vi è, a questo mondo, una nozione più sfuggente ed estranea alla stessa capacità di significato delle lingue occidentali di quella di ki!
Se parliamo di traduzione ciò che ci viene subito in mente è la possibilità di sostituire ad una parola proveniente da un altro linguaggio una parola o una perifrasi proveniente dal nostro, che più o meno approssimativamente significhi il medesimo oggetto logico. Ma il punto è che quando si parla di ki il discorso viene a trovarsi necessariamente fuori dall'ambito dei significati e degli oggetti e, viceversa, quando si parla in termini di oggetti e di significati ci si trova nettamente fuori dall'ambito del ki. Ed eccoci dunque nell'impossibilità di un compito intrinsecamente contraddittorio!
La lingua giapponese, come molte altre lingue asiatiche, non conosce una netta e stringente distinzione tra le funzioni di sostantivo, aggettivo, verbo, ecc… In giapponese una stessa parola può assumere tutte queste funzioni in base al contesto in cui viene adoperata e molto spesso ne assume più di una contemporaneamente. L'utilizzo degli ideogrammi, poi, rende molto più vago ed esteso l'ambito di senso associato ad una parola. Tutto ciò fa in modo che per i giapponesi la manipolazione della nozione di ki sia in qualche modo più agevole, ma ciononostante, una piena e profonda apprensione di questo termine resta un compito assai problematico anche per un giapponese mediamente istruito dei nostri tempi, e ciò perché tale termine si colloca pur sempre all'estremo limite delle possibilità stesse del dire e del pensare.
Per le lingue occidentali, tuttavia, interamente strutturate intorno alla rigida categorizzazione delle funzioni logiche, finalizzate a nominare cose e predicati e, ahinoi!, sempre più impoverite della propria capacità poetica, cioè autotrasformativa, sono quasi del tutto impossibilitate a dare adeguato spazio a una nozione come quella di ki e a tutto ciò che ad essa è connesso.
La nozione di ki apre uno scorcio su una esperienza della realtà e dell'essenza della vita ed è in qualche modo legata a un modo di percepire la natura del mondo e la nostra stessa natura, che sono molto lontani da quelli determinati dalla nostra cultura. Il nostro modo di rapportarci alla realtà è interamente determinato dal modello raziomorfo della scienza e dal modello dualistico delle religioni teiste. Né la razionalità scientifica né il dualismo delle religioni teiste offrono però abitudini di pensiero ed esperienze adeguate a comprendere bene la nozione di ki. Anzi, le radici della nostra cultura ci predispongono ai più gravi fraintendimenti di questa nozione ed ecco perché, in definitiva, tutte le dottrine e le pratiche provenienti dall'Asia, e che si sono così ampiamente diffuse in Occidente negli ultimi cinquant'anni, si sono qui progressivamente impoverite e snaturate, al punto da diventare spesso irriconoscibili a un occhio ben educato.

È bene precisare che quando parlo di occidente non mi riferisco affatto all'Europa o all'America del nord. Mi riferisco invece a un modo di rapportarsi alla realtà e di concepire la vita che è senz'altro originato in Europa e in America ma che, veicolato dal consumismo, dalla tecnologia e dal colonialismo cristiano, è dilagato negli ultimi cento anni su tutto il pianeta. I popoli asiatici non sono affatto immuni dai gravi fraintendimenti della nozioni di ki e di tutto il patrimonio di saggezza e di esperienza ad essa collegato. Semplicemente, nelle lingue e nella memoria culturale collettiva dei popoli dell'estremo oriente si conservano ancora le radici di una possibilità di percepire il mondo e di rapportarsi ad esso diverso (e, in definitiva, più ecologicamente sano) da quello della razionalità scientifica e del dualismo teista occidentali.
In realtà, sono personalmente convinto che le teorie più evolute e critiche della scienza contemporanea, in particolare la teoria cibernetica dei sistemi e la meccanica quantistica, forniscano - laddove ben comprese nelle loro implicazioni epistemologiche - strumenti ideali sufficienti a chiarire la nozione di ki. Tuttavia immaginatevi il ridicolo in cui sprofonderei se alla domanda "Maestro, che cosa vuol dire aikido?" rispondessi dicendo con aria professorale: "Mio caro, approfondisci prima la tua conoscenza della fisica dei sistemi complessi e delle meccaniche quantoteoriche e poi ne riparliamo"! Sarei costretto a chiudere i miei corsi in meno di due giorni e ciò farebbe di me, da tanti punti di vista, un uomo certamente più povero.
Sono dunque convinto che una profonda e rigorosa comprensione di certe avanzate teorie scientifiche aiuti non poco l'uomo occidentale a chiarirsi la nozione di ki. Ma è un fatto che l'immagine popolare della scienza (quella cioè elargita dagli insegnanti della scuola media-universitaria di massa e dai divulgatori televisivi) è un'immagine ottocentesca, cartesiana e positivista, estranea alla stessa realtà della scienza contemporanea e dunque credo che, se si vuole consentire un accesso agevole alla comprensione del ki sia necessario procedere per altre vie. D'altra parte molti "teorici" delle discipline orientali provano oggi a discutere del ki attraverso alcune ideucce mutuate dalla scienza non-deterministica. Ma normalmente costoro rivelano soltanto di non possedere una conoscenza dignitosa né dell'uno né dell'altra e le opere finora pubblicate e che si ispirano a questa recente moda sono non di rado patetiche e imbarazzanti.

Ricordo che una volta, mentre mi dirigevo in treno ad un raduno nazionale di aikido, ebbi il piacere di fare un po’ di conversazione con le persone che condividevano il mio scompartimento: una coppia di simpatici turisti giapponesi. Erano diretti a Parma, dove, mi dissero, avrebbero preso alcune lezioni di canto lirico da non so che grande maestro italiano e mi chiesero che cosa andassi invece io a fare a Bologna. Quando gli spiegai che ero un appassionato praticante di aikido e un grande estimatore della cultura giapponese, dapprima mi guardarono un po’ perplessi e poi, molto divertiti mi dissero: "Aikido?? Che cos'è? Quella roba… WA! IA! IA!" e così urlando cominciarono a mimare delle buffe "mosse" da film di kung fu! All'epoca la cosa mi sorprese e mi sconcertò non poco. Come la gran parte dei praticanti occidentali di arti marziali asiatiche ero convinto che il Giappone fosse una specie di terra mistica dove tutti coltivassero fin dall'infanzia "il nobile spirito dei samurai" e "la saggezza dello zen"! Ma in seguito compresi, incontrando e frequentando molti giapponesi giovani e non giovani (tra cui la mia insegnante di lingua giapponese, una donna di straordinaria intelligenza appartenente alla generazione del '68), che in realtà le giovani generazioni del sol levante nulla sanno, per lo più, e nulla vogliono sapere del ki, dello zen e del budo, essendo invece molto più interessati alle opportunità di consumo e divertimento offerte da tutto quanto proviene dall'occidente. Ho compreso anche che la cultura tradizionale giapponese è guardata con un certo sospetto (a mio parere legittimo) in generale da tutti quei segmenti della società giapponese che coltivano ideali di democrazia e di emancipazione umana. E ho intuito infine che, tutto sommato, le discipline del ki sono oggi molto meglio comprese e praticate in Europa che non in estremo oriente. So che con questa affermazione solleverò lo scandalo di tutti i fanatici dell'orientalismo, che confondono l'amore per le pratiche originate dalla tradizione asiatica con certe forme di sudditanza psicologica nei confronti delle organizzazioni e del potere che abilmente in oriente si sono edificati intorno alla diffusione di queste pratiche. Tuttavia resto convinto del fatto che, mediamente, in Europa vi sia oggi più conoscenza tecnica e soprattutto più consapevolezza del senso di molte delle discipline marziali, terapeutiche e filosofico-religiose nate nell'Asia orientale di quanta ve ne sia nei loro paesi di origine.
Eppure la profonda barriera della struttura sostanzialista dei nostri linguaggi e la pesante eredità della nostra cultura razionalista e dualista ci impediscono una comprensione piena del senso e delle implicazioni vitali di tutto ciò che ruota intorno alla antica e fondamentale nozione di ki.

Penso che per cominciare a chiarire il senso della nozione di ki sia necessario rivolgersi alla lingua giapponese.
Quando un giapponese vuole chiederti "come stai?" normalmente dice: "genki desu ka?". Il ki presente nell'espressione genki è esattamente il ki di cui stiamo parlando. Il giapponese non ha mediamente consapevolezza della struttura ideativa delle parole che adopera, così come noi non abbiamo consapevolezza delle sfumature di senso depositate nelle nostre espressioni più comuni. Eppure l'espressione genki desu ka consente di porre la nozione di ki in una prospettiva illuminante. L'ideogramma gen custodisce l'idea della fondatezza e della stabilità e si associa a tutto ciò che in generale è affidabile in quanto ben fondato, mentre la locuzione desu ka è la forma interrogativa del verbo essere al tempo presente. Cosicché, tradotta letteralmente, la domanda genki desu ka suonerebbe alle nostre orecchie più o meno in questo modo: "il tuo ki è stabilmente fondato e affidabile?" ovvero "sei stabilmente radicato nel tuo ki?". Nessuno naturalmente si sognerebbe di tradurre così un'espressione tanto comune e banale, eppure è proprio questo il suo senso originario. D'altronde anche l'espressione italiana "come stai?" implica in qualche modo che la valutazione del proprio benessere sia legata alla valutazione della stabilità propria collocazione (in qualche senso, la certezza dello stare…).
Il ki è dunque, nella lingua giapponese, qualcosa in cui innanzitutto ci si sta, in cui si è immersi e collocati. In particolare affinché un individuo goda di buona salute è necessario che in questo ki si sia ben stabilmente radicati.
Questa semplice osservazione è già sufficiente a farci comprendere che, in nessun caso il ki può essere pensato come una cosa e che la stessa domanda "che cosa è il ki?" è una domanda mal posta, nella misura in cui essa presuppone che il ki sia individuabile come una mera cosa. Quando parliamo di ki ci poniamo in una dimensione del discorso in cui le cose (i sostantivi) e i predicati delle cose sono per necessità banditi. In che modo allora possiamo mai parlarne? Ecco perché il ki è fondamentalmente estraneo al nostro linguaggio ed ogni qualvolta adoperiamo distinzioni e categorie ci poniamo automaticamente fuori dall'ambito del ki.

Il nostro linguaggio definisce i limite del nostro orizzonte di comprensibilità delle cose. Ma il nostro linguaggio parla per sostantivi e predicati e attraverso esso il pensiero produce concetti. Ma è proprio questo processo di produzione del concetto e di apprensione del mondo mediante sostantivi e predicati che ci impedisce di accostarci al ki. Per entrare nella dimensione del ki (nel suo spazio di senso) dobbiamo in qualche modo rinunciare a questo modo abituale di parlare e pensare.
Questa è la ragione per cui io aborrisco da tutte le metafore con cui abitualmente si traduce in occidente la nozione di ki, e in particolare da quella di "energia", che considero la più perniciosa e fuorviante di tutte.
Se con la parola "energia" intendiamo riferirci al suo preciso significato fisico allora in nessun modo possiamo accostarla alla nozione di ki, poiché essa risulterebbe troppo ridicolmente povera per poter abbracciare lo spazio di senso di questa nozione. Se invece con "energia" intendiamo costruire una metafora di qualcosa di vago e misterioso, una specie di sostanza fluida e imprecisata, in qualche modo implicata nei fatti di cui si tratta quando si parla di ki, allora siamo addirittura nel campo della mera idiozia! Il ki non è una cosa, non è una sostanza e tantomeno una sostanza vaga, imprecisata e inesistente! La mia avversione a questo modo di fraintendere il discorso sul ki è tale che abitualmente rifiuto qualunque discussione con chi adopera questo tipo di linguaggio. Credo che la confusione in cui si trovano le persone che pensano in questo modo sia troppo grave perché si possa far loro ancora capire qualcosa a questo proposito e perciò, normalmente, rinuncio a discutere. Oltretutto, la metafora "energetica" del ki è la radice "culturale" comune di tutto un mondo di imbonitori, improvvisatori e ciarlatani che diffonde versioni, a mio giudizio, intollerabilmente cretine delle discipline marziali e terapeutiche dell'estremo oriente e con il quale non intendo avere nessun contatto. La metafora dell' "energia" è talmente vaga e priva di senso che dietro di essa si riescono ormai a celare le peggiori mistificazioni. Essa ha però un pericoloso fascino e una vischiosità non comune e mi dispiace constatare che tanto spesso essa è adoperata anche da persone, per altri versi, serie e condivisibili. Ormai non c'è praticamente shiatsuka, omeopata, esperto di taijiquan, di arti marziali o di altre discipline analoghe, per quanto serio e capace, che non sia tentato di ricorrere a questa stupidaggine per poter in qualche modo abbozzare una spiegazione dei fatti che concernono la sua pratica. Il problema è che la ricerca di una spiegazione ci porta necessariamente al bisogno di formulare concetti e quindi ad un linguaggio sostanzialista; e la metafora dell'energia si adatta perfettamente alle esigenze di questo linguaggio. Ma tutto ciò, come si è già detto, non riesce in alcun modo ad aprire una comprensione adeguata del ki.

Un sistema ha proprietà superiori alla somma delle proprietà delle parti che lo costituiscono. Questo fatto ha molto più a che fare con il ki di qualunque discorso sull'"energia", la "forza vitale" e altre scempiaggini analoghe.
Una cellula è fatta semplicemente di acqua, carbonio e un grande numero di altri minerali presenti in piccolissime quantità. Tuttavia le sue proprietà (le cose che la cellula, per così dire, "riesce a fare") sono notevolmente superiori a quelle dei suoi singoli costituenti. Lo scarto di qualità fra i fenomeni fisici che riguardano le sostanze semplici e quelli che coinvolgono quella complessissima forma di materia organizzata chiamata "cellula" è davvero enorme, talmente grande che la scienza non è ancora riuscita a fornire un modello esplicativo completo capace di rendere conto nei dettagli di come la ----- rete di relazioni e scambi chimici, magnetici e informativi che sussiste tra gli elementi della cellula possa dare luogo alle sue elaborate ed eleganti attività.
Allo stesso modo, un tessuto è un complesso sistema di cellule che possiede proprietà superiori a quelle delle cellule stesse, un organo è un sistema di tessuti capace di attività che i singoli tessuti non riescono a compiere, un apparato è un sistema di organi che svolge funzioni che il singolo organo non può svolgere e un individuo è infine un sistema di apparati (e di molte altre cose) che è in grado di dare luogo a fenomeni complessi che nessuna delle sue parti da sola può assolutamente manifestare. Tra le altre cose che può fare, un individuo è in certi casi capace di descrivere se stesso e di comprendersi in questa sua natura di sistema eccedente i suoi componenti.
Il fatto della vita non può prescindere da questa complessissima "rete di reti" di relazioni e scambi. L'evento "vita" non risiede nella semplice materia, non può fare a meno della materia, ma non risiede in essa, quanto piuttosto in certe sue modalità organizzative. Quando si parla della natura della vita, perciò, un linguaggio fatto di sostanze e cose risulta sempre inadeguato a una corretta descrizione. E la nozione di ki ha molto a che fare con la natura della materia vivente.
Se ci riferiamo al ki ci riferiamo essenzialmente all'evento di questa fittissima rete di scambi e interdipendenze che dà origine alla vita e la fa manifestare. La vita sussiste nel ki e il ki nomina il fatto delle sue condizioni di sussistenza. Lo nomina in un modo che non consente il ricorso ai sostantivi e predicati ma esige costantemente lo sforzo di ribadire l'insormontabile indicibilità di tale fatto.

Il ki ha molto a che fare con l'idea di dipendenza e di relazione reciproca.
Per potersi mantenere in vita, il corpo umano abbisogna di mantenere costantemente efficienti e "fluidi" tutti i propri circuiti e metacircuiti attraverso cui si attua lo scambio di informazioni tra le sue parti. Inoltre, il corpo umano (come il corpo di qualunque creatura vivente) si comporta come ciò che in fisica dei sistemi si definisce una "struttura dissipativa". Questa definizione implica, tra le altre cose, che, affinché possa mantenersi in vita esso ha bisogno di attuare continuamente degli scambi di sostanze, energia e informazioni con l'ambiente in cui è immerso.
Nel nostro organismo (o nelle sue prossimità) vive una quantità di microbi pari a circa 5 volte il numero delle nostre stesse cellule e che sono per noi dei simbionti indispensabili, senza i quali non potremmo svolgere le principali funzioni che ci tengono in vita e la compromissione del cui equilibrio mette a serio rischio la nostra salute.
Alla luce di queste osservazioni, fino a che punto è corretto dire che un individuo vive? Non sarebbe più esatto dire che a vivere, a dare luogo al fenomeno della vita, è piuttosto un complesso sistema di organismi e relazioni di cui l'individuo è solo una parte?
La nozione di ki ha molto a che fare con questo modo di concepire il fenomeno della vita. Genki desu ka?, chiede pertanto il giapponese: sei stabilmente radicato nel fenomeno del ki?

Credo che una parte degli equivoci sorti a proposito della nozione di ki sia dovuta alla diffusione delle discipline marziali e terapeutiche cinesi. L'ideogramma che in giapponese indica il ki, in cinese esiste e si traslittera qi (leggi "ci"). Ma il suo significato è solo in parte sovrapponibile al significato che il termine ki ha nella lingua giapponese. Quando un cinese parla di qi, normalmente il suo discorso concerne la corretta processualità fisiologica dell'organismo umano. Nella cultura cinese il qi indica proprio la rete degli scambi informativi e di altro tipo che avvengono all'interno del corpo umano e ne garantiscono la buona salute. I cinesi associano spesso alla parola qi parole che hanno grosso modo il significato di "scorrere", "fluire", ecc…, intendendo con esse che la natura del qi è quella di un processo dinamico incessante che non deve incontrare crepe, salti, interruzioni, accelerazioni o decelerazioni brusche, affinché l'individuo si conservi in buona salute.
In questo senso la parola qi ha un ambito semantico comune a quello della parola ki, ma a differenza di questa essa è pressoché sempre riferita alla sola processualità fisiologica del singolo individuo e mette scarsamente in evidenza gli aspetti, per così dire, di relazione e dipendenza trans-individuali che pure concernono il più generale fatto della vita. Oltretutto, in cinese il termine qi non viene usato in locuzioni di uso comune che ne rendano più vasto e pregnante il senso, così come avviene invece in giapponese per la parola ki.
Va detto infine che i cinesi sono mediamente dei cattivi divulgatori delle proprie discipline tradizionali. Sessant'anni di comunismo hanno significato in Cina, tra le altre cose, l'interruzione violenta della gran parte delle linee di trasmissione dei saperi tradizionali. Il regime comunista cinese, come ogni altro regime tirannico, non ama incentivare la diffusione di quelle pratiche (come le arti marziali) che conferiscono normalmente all'individuo forza, coraggio e indipendenza di spirito. Ed ecco perché in Cina le arti guerriere tradizionali sono state brutalmente cancellate e sostituite quasi del tutto dalla pratica del wushu sportivo, che altro non è se non una forma di ginnastica artistica priva di qualunque dimensione marziale. La stessa medicina tradizionale cinese è, nel contesto culturale di quel regime, oggetto di pressioni contraddittorie che spingono a renderla sempre più integrata e compatibile con la più "moderna" medicina occidentale. Se a tutto ciò aggiungiamo che la pedagogia tradizionale cinese prevede una elargizione centellinata e piuttosto avara del sapere, cominciamo allora a comprende perché il livello di comprensione e competenza nell'ambito delle arti cinesi in occidente sia ancora così basso.
La nozione di qi ascende essenzialmente alla tradizione taoista. Ma questa tradizione è, nella Cina contemporanea, poco più che un lascito letterario. La vera cultura portante della civiltà cinese è il confucianesimo, nell'ambito del quale non sussiste nessun reale interesse per lo studio del qi, che resta confinato nella regione delle pratiche agopunturistiche e reflessologiche tradizionali. Ecco perché, a mio avviso, tocca constatare che la comprensione che i divulgatori cinesi delle discipline del qi posseggono del senso delle proprio stesso sapere è mediamente superficiale. Ad essi si deve inoltre in una certa misura l'origine dell'equivoca interpretazione del qi (e, per estensione, del ki) come "energia", "forza vitale" ecc…
Non fraintendetemi, per favore. Ho della cultura cinese il più alto rispetto e trovo che i pochi veri maestri delle arti terapeutiche e marziali cinesi siano detentori di un sapere tanto profondo e sottile che davvero pochissime altre tradizioni possono vantare. Ciò che sostengo è semplicemente che i veri maestri di queste arti sono, per l'appunto, molto pochi, molti meno del gran numero di persone che pure si dedicano a tempo pieno all'insegnamento di questo genere di cose. E penso inoltre che la sovrapposizione impropria tra la nozione di qi e quella di ki abbia nociuto alla corretta comprensione di quest'ultima.

Ma torniamo alla lingua giapponese. Essa, come ho già detto, ci aiuterà a comprendere meglio di cosa parliamo quando parliamo di ki.
Di una persona che si pone troppi problemi per niente, è vistosamente insicuro e privo di slancio, in giapponese si dice che ki ga chiisai, letteralmente che "il suo ki è piccolo". Viceversa, di una persona che non si preoccupa per cose da poco si dice ki ga okii, ovvero che "il suo ki è grande".
L'espressione …ki ga shinai - letteralmente "non ho ki per…" - si usa per indicare che non si ha voglia di fare questo o quest'altro oppure che una certa cosa va oltre le proprie possibilità.
Se avverto istintivamente qualcosa, ne ho il presentimento oppure lo sento intuitivamente in giapponese dico …ki ga suru, ossia "fa del ki per…".
Waru gi wa nai, "non ha un cattivo ki", si usa invece per dire che una persona non è cattiva, non ha brutte intenzioni.
Se una cosa ossessiona la mia mente, è per me un'idea fissa, un pensiero di cui in un certo momento non riesco a liberarmi, dirò che essa ki ni naru, "attira il mio ki", e ki ga au, "il nostro ki coincide", serve ad affermare che siamo sulla stessa lunghezza d'onda, che tra di noi c'è comprensione reciproca e immediata.
Allorché un artista si accinge a compiere la propria opera d'arte ( un quadro, una spada, un gesto, …) è di fondamentale importanza (più importante di qualunque altra cosa) che egli trovi una concentrazione assoluta, riesca cioè a "concentrare il suo ki" (ki o komeru). Ciò perché il valore artistico della sua opera non risiede in alcuna delle sue qualità tangibili bensì ki mochi no mondai, "dipende dalla condizione del suo ki"!
Si potrebbero citare molte altre espressioni di uso comune in cui è coinvolta la parola ki. I giapponesi sono normalmente incapaci di dare una definizione del ki, di dire che cosa esso sia (poiché infatti esso non è affatto una cosa!), ma ciononostante sanno usare istintivamente questa parola in ogni momento.
Tutte le espressioni linguistiche comprendenti il termine ki rinviano a una dimensione del sentire, dell'intuire che si sottrae alla precisione ed alla chiarezza della conoscenza razionale. Questa nozione non si riferisce infatti solo al corretto e scorrevole funzionamento dei processi di scambio e circolazione che avvengono all'interno dell'organismo vivo, ma anche alla più vasta rete di scambi e relazioni che avvengono tra gli esseri viventi. Ogniqualvolta si parla di fenomeni in cui la vita (qualunque cosa questa parola significhi) si manifesta, si rivela nella sua essenza di evento, in cui sono in gioco fittissime reti di scambi e relazioni meravigliosamente integrate tra loro e perciò sfuggenti ad ogni descrizione razionale ed analitica, la nozione di ki diventa centrale.

La vita accade e si manifesta. Essa sussiste in reti di relazioni, scambi, eventi e circuitazioni. Tutto ciò è evocato dalla nozione di ki.
Ma la vita, in quanto tale può anche ammalarsi. Le cose possono anche smettere di funzionare bene. Le relazioni possono essere insane e squilibrate. Ecco perché alla nozione di ki si associa un'altra nozione, quella della sua corretta processualità, quella della correzione di tutto ciò che impedisce il suo "scorrere" sano ed equilibrato. Questa nozione è l'aiki.
L'ideogramma ai racchiude in sé l'idea dell'armonia, della giusta coordinazione di qualcosa, della perfetta integrazione e composizione di più cose in un unico evento aggraziato. E racchiude inoltre l'idea di tutto ciò che è necessario fare o non fare per pervenire a questa armonia e coordinazione.
Nello spazio di senso della nozione di aiki rientrano perciò tutti quegli eventi e quelle cose in cui la vita mostra di possedere un elevato grado di integrazione, armonia e grazia, nonché tutte quelle cose che rappresentano l'intenzione e lo sforzo di raggiungere tale condizione vitale.
La nozione di aiki è centrale se si parla, ad esempio, delle condizioni che conferiscono ad un organismo la perfetta salute oppure se si vuole evocare l'intenzione di correggere e coordinare il suo ki per conferirgli questo benessere. Essa è centrale anche nel descrivere la grazia con cui molte azioni e molte volontà diverse concorrono a creare la perfetta armonia di una coreografia di danza, ed è altrettanto pregnante quando si discute del modo di reagire correttamente , ossia con la massima efficacia ed il minimo dispendio di risorse, ad un'azione aggressiva rivolta contro di noi.
Dentro di me, l'espressione aiki risuona a volte come una locuzione del tipo "mettere a posto le cose", "fare la cosa giusta", "ripristinare e conservare l'equilibrio". Ed è sulla base di questa percezione del significato dell'aiki che da molto tempo ormai mi dedico allo studio dell'aikido.

Quando un giapponese dice do, sebbene questa parola sia rappresentata da un ideogramma che con la lettura michi è adoperato per indicare banalmente una qualunque strada, non intende dire "via" nel senso che noi abitualmente associamo a questo termine. Una parola che più esattamente traduce do è "arte". Quando un giapponese vuol dire "arte" e riferirsi dunque a quel sapere che è ben distinto per natura e rango dalla mera tecnica e dalla mera conoscenza empirica o razionale di qualcosa, dice do. Questo fatto è ormai piuttosto noto. Non sono pochi gli occidentali che sanno, ad esempio, che bu-do vuol dire "arte marziale", sho-do "arte della calligrafia", kyu-do "arte del tiro con l'arco" e così via. Ciononostante si usa spesso riferirsi a queste discipline come alla "via" di questo o di quest'altro. Sarà che forse, tradotta in questo modo, l'arte diventa alle orecchie di qualcuno più esotica e affascinante, ma personalmente non comprendo e non condivido questa abitudine a tradurre do come "la via" piuttosto che "l'arte". Credo che apra la strada a malintesi inutili.
Ciò che invece va chiarito è che quando un europeo pensa all'arte pensa soprattutto ad opere frutto di un talento e di una elevatissima competenza tecnica individuali, private, proprie di un uomo in qualche modo speciale e diverso dai suoi simili, dotato di qualche inclinazione o "dono" che lo rende capace di realizzare cose che agli altri sono precluse. La concezione moderna occidentale dell'arte è tutta centrata sulla figura dell'artista, individuo geniale e talentuoso, che dà libera espressione alla propria unicità.
La concezione giapponese dell'arte è invece totalmente differente. Il popolo giapponese evoca l'idea dell'arte nominando la parola "via" perché per esso ciò che conta non è affatto l'individualità dell'artista ed il suo talento, bensì per l'appunto la strada, il percorso di ricerca, di autotrasformazione e di evoluzione che consente a qualunque uomo di realizzare grandi manifestazioni di grazia e perfezione. In questa concezione l'arte non è più affare di pochi individui di genio, ma è un sapere ben articolato, patrimonio condiviso di una collettività, che custodisce in sé per l'adepto tenace una promessa di evoluzione e di emancipazione. In questo senso l'arte è innanzitutto un sapere che può essere conservato, arricchito, fatto evolvere e soprattutto trasmesso.
Occidentali e giapponesi evocano, nella medesima idea di arte, cose molto diverse tra loro. E questo è un altro dei motivi per i quali, a mio parere, la comprensione autentica dello spirito della arti orientali è qui così spesso frainteso e calpestato.
C'è, in realtà, una parola appartenente alla nostra tradizione che meglio corrisponde, nell'etimo, all'essenza dell'arte secondo la concezione giapponese. Questa parola è "metodo". Essa deriva dalla locuzione dell'antica lingua greca metodos che indicava originariamente una strada in salita. Metodos era per gli antichi greci un percorso ordinato di passi capace di condurre un uomo più in alto di dove si trova. Ed ecco perché sono convinto che metodo - allorché si riesce a far risuonare in questo termine la sua antica radice ideativa - è una parola più adeguata a tradurre la nozione di do. Cionondimeno, credo che per coloro che non hanno una precomprensione chiara e un'esperienza diretta di certe idee, anch'essa sarebbe - come qualunque altra traduzione - pur sempre fonte di equivoci.

Maestro, che cosa vuol dire dunque aikido?
Rispondiamo: l'arte ovvero il metodo dell'aiki, l'arte ovvero il metodo della giusta armonizzazione e della giusta coordinazione del ki, e dunque, in definitiva, l'arte di mettere a posto le cose, di riportarle al loro naturale equilibrio, di fare la cosa giusta al tempo giusto sempre.
Più volte ho sentito il Maestro Christian Tissier accennare ad un'idea del genere per chiarire l'essenza dell'aikido. Non so dire fino a che punto egli e gli altri grandi insegnanti di aikido che ho incontrato condividano questa apprensione dell'essenza della nostra arte. Ma tale essa è per me, sotto questa prospettiva mi dedico al suo studio ed al suo insegnamento e da questo punto di vista intendo chiarire la mia posizione circa le sue prospettive future.

2 Comments:

Blogger Pasquale D'Elia said...

Interessantissimo e bellissimo articolo.

Pasquale

10:34 AM  
Blogger Pasquale D'Elia said...

This comment has been removed by the author.

10:35 AM  

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