SHIKADO

In questo blog troverai le riflessioni di un insegnante di arti marziali sulla natura del budo e sul suo significato nel contesto della civiltà contemporanea. Vi troverai inoltre pensieri concernenti i saperi strategici e la loro rilevanza nella formazione dell'individuo. Poichè questi appunti seguono un unico filo discorsivo, ne consiglio la lettura a cominciare dal primo.

Saturday, January 28, 2006

2. Perché praticare aikido?


Perché praticare aikido?

Io penso al ki come ad una metafora che consente di nominare l'evento inanalizzabile e inconoscibile della vita senza impoverirla con categorie e concetti. Penso all'aiki come al giusto fluire del ki e a tutto ciò che ne consente e protegge il naturale equilibrio e penso, infine, all'aikido come a quel sapere che sa delle condizioni dell'aiki. Penso all'aikido come ad una pratica che serve, in modi a volte difficili da afferrare, a correggere e a migliorare il funzionamento complessivo dei miei processi fisiologici, delle mie relazioni umane e del mio rapporto con il mondo. Per me la parola aikido suona molto simile alla parola ecologia, ecologia del corpo, della mente e della relazione, e in tutto ciò in cui riconosco dell'ecologia io riconosco spontaneamente dell'aikido.
Questo è ciò che l'aikido è oggi per me, ma non è sempre stato così e, soprattutto, ritengo che non sia così per molti dei praticanti che ho potuto incontrare. E ciò al di là di qualunque dichiarazione di principio.
Io so che quando il mio ventre è gonfio a causa del modo disordinato ed affrettato in cui spesso sono costretto a mangiare, praticare aikido mi farà recuperare in pochi minuti una giusta sensazione di leggerezza e aiuterà il mio intestino a fare bene il suo lavoro. So che, quando il collo mi duole perché sono sovraffaticato, gli esercizi di aikido scioglieranno la sua tensione e mi ridaranno l'elasticità e la morbidezza perduta. So che quando il mio organismo sente il bisogno di rigenerarsi mediante l'influenza o il raffreddore, salire sul tatami agevolerà questa rigenerazione, la renderà più rapida e meno faticosa. So che se sono nervoso, agitato o malinconico, dopo aver trascorso un'oretta a praticare le forme e ad insegnarle ai miei studenti, il mio umore tornerà sereno e le cose mi appariranno più chiare e semplici. So che il mio corpo è oggi molto più elastico, sciolto e forte di quanto fosse dieci anni fa e la mia mente molto più capace di intuire il senso delle cose che mi accadono e di rispondere adeguatamente ad esse.
So questo e tanto mi basta per pensare che la mia pratica è corretta e la strada su cui sono in cammino è la strada giusta per me. Intendo percorrerla fino alla fine dei miei giorni e parlarvi di ciò che la rende diversa dalle strade che vedo percorrere da molte altre persone.

Ad un certo punto della mia ricerca decisi di studiare l'aikido praticato nello stile di Iwama. Come aikidoka sono cresciuto nell'ambiente dell'Aikikai europeo ma sono sempre stato molto curioso ed aperto verso tutte le altre impostazioni ed alcuni anni fa ho sentito l'esigenza di approfondire la mia conoscenza della specificità dello stile portato avanti dal Maestro Saito. Prima di cercare un contatto diretto con questo stile mi imposi di studiare fino all'ultimo dettaglio i video didattici prodotti dallo stesso Maestro Saito. Si tratta, a mio giudizio, di video bellissimi, dai quali qualunque praticante sufficientemente esperto può trarre notevoli spunti di arricchimento della propria pratica e godere dell'arte pressoché perfetta di uno dei più grandi maestri del pianeta. Quando mi iscrissi ad una serie di seminari tenuti da uno dei suoi più autorevoli rappresentanti in Europa e praticai insieme ai suoi allievi rimasi tuttavia alquanto sconcertato.
Ero circondato da persone la cui muscolatura era diventata negli anni così rigida e contratta che non riuscivano a compiere con naturalezza neppure i movimenti più semplici. Il clima dell'allenamento era spesso incupito dalla costante aggressività con cui l'insegnante sviluppava la sua lezione. Era solito dimostrare le tecniche di immobilizzazione e leva infliggendo un dolore tanto intenso e prolungato ai suoi uke che tutti i suoi allievi, anche i principianti, avevano somatizzato una specie di terrore inconscio e mostravano braccia costantemente e vistosamente contratte dal riflesso spontaneo di resistere con la rigidità al dolore cui sapevano che avrebbero dovuto sottoporsi! E l'insegnante sosteneva che questo modo insensato di praticare serviva a familiarizzare con "le sensazioni dell'aikido"! Capii in pochi minuti che mi trovavo purtroppo in un contesto grottesco, nel quale la pratica era gravemente viziata da strane dinamiche di aggressività, autoritarismo e sottomissione. Ricordo che un insegnate di livello elevato (4° o 5° dan, non ricordo), che durante una lezione prese ad allenarsi con me, aveva le braccia talmente irrigidite che non riusciva più ad estenderle o a chiuderle completamente, ma era costretto a tenere l'articolazione del gomito sempre immobile in uno strano angolo fisso!
Seguire quei seminari fu un'esperienza molto utile. Il docente era in realtà una specie di enciclopedia vivente, da cui attinsi con avidità il più possibile. Ma tanto era grande la sua conoscenza tecnica dell'aikido, tanto era grave il suo totale fraintendimento dello spirito di quest'arte. Capii che cosa non mi avrebbe mai interessato nella pratica dell'aikido e feci un'esperienza diretta di molti dei pericoli a cui questa pratica può esporre.

Le persone che si iscrivono ad un corso di arti marziali lo fanno spesso perché sono mosse dal bisogno di acquisire un qualche genere di controllo. Vogliono un controllo sul loro corpo e sulla loro salute, perché si sentono in balia della sua fragilità e della sua rigidità. Ambiscono a un controllo degli altri mediante la violenza perché si sentono insicuri e minacciati dal mondo che li circonda. In generale direi che si tratta di persone che hanno paura, paura di soffrire, paura di essere uccisi, paura di morire e di vivere. In un modo o nell'altro si sentono smarriti di fronte all'imprevedibilità dell'esistenza e cercano - più o meno consapevolmente - nelle arti marziali una sorta di argine e di difesa.
Tra questi, coloro che scelgono di seguire un corso di aikido piuttosto che di un'altra disciplina in cui siano contemplate forme più dure di scontro fisico, lo fanno perché la pratica dell'aikido dà loro l'illusione di diventare forti e "potenti" senza sporcarsi troppo o farsi troppo male. È come se l'aikido in qualche modo promettesse a questo tipo di persone che riusciranno ad imparare a nuotare senza mai bagnarsi! Ed ecco perché ho notato che il nostro ambiente (a differenza di quello di molte altre discipline) si caratterizza per l'ampia presenza di individui istruiti e di buona condizione sociale, che desiderano appagare le proprie fantasie aggressive senza pagare un prezzo troppo alto in termini di rischio e fatica.
Quando una persona bramosa di difendersi da non so che nemici vuole iscriversi ad uno dei miei corsi, ho normalmente un bel daffare a spiegarle che forse si trova nel posto sbagliato e che l'aikido che io insegno non c'entra quasi per niente con l'autodifesa e cose simili. Capita allora che, dopo pochissime lezioni, questa persona lasci il mio corso delusa e corra ad iscriversi al corso di karate o di jeet kune do che si tengono prima e dopo la mia ora, oppure che queste idee di autodifesa e di nemici svaniscano e vengano accantonate ed il nuovo iscritto scopra invece delle altre "cose" e delle altre sensazioni più interessanti per cui vale la pena frequentare le mie lezioni. Quando ciò accade, in genere acquisto un buon allievo.
Sono convinto - e lo ripeto ai miei studenti più spesso che posso - che l'aikido non abbia nulla a che fare con la difesa personale. Tuttavia sono altrettanto convinto che chi consegua un'autentica maestria in quest'arte non ha in generale problemi a gestire con efficacia anche le più delicate situazioni di pericolo. Credo che un vero maestro di aikido sia una persona assai temibile dal punto di vista delle sue capacità di combattente e che possa mediamente far fronte ad uno scontro con esperti di qualunque altra disciplina marziale. Lo credo perché ho in mente l'esempio vivo di quelli che io considero i più grandi maestri di aikido al momento e perché io stesso (che pure sono solo un piccolo insegnante) amo mettere alla prova le mie abilità di combattente in scontri anche duri e sono finora uscito sempre illeso da più di una situazione pericolosa.
Nella pratica dell'aikido, però, l'abilità marziale è una specie di epifenomeno, quasi un suo "effetto collaterale", e in nessun modo ne rappresenta il fine né può essere adoperata, secondo me, come un valido criterio per determinare l'effettiva maestria di un aikidoka.
Il Maestro Ueshiba, il fondatore della nostra arte, insistette troppe volte su questo punto perché le sue parole possano essere ancora fraintese con innocenza. Il rapporto tra aikido e budo è più complesso di quello che si lascia credere abitualmente. L'unica opera scritta dal Maestro Ueshiba sull'aikido si intitola "Budo" e questo lascia pochi dubbi circa il legame di filiazione e dipendenza che l'aikido ha con la tradizione delle arti guerriere giapponesi. Tuttavia le sue parole a proposito del senso della nostra pratica sono inequivocabili: l'aikido non è uno sport da combattimento e neppure un'arte marziale, esso è semmai un'evoluzione moderna delle arti marziali giapponesi, un'evoluzione nella quale gli aspetti di queste pratiche più cruenti ed esplicitamente connessi al combattimento sono stati coscientemente smussati e sostituiti da forme di allenamento interamente centrate sullo studio e sull'armonizzazione del ki. Trovo perciò che sia una delle più gravi responsabilità dell'Aikikai di Tokyo quella di mantenere la nostra arte ancora in questa condizione di ambiguità epistemologica. Si lascia intendere al pubblico che l'aikido sia una straordinaria arte marziale, addirittura una delle più micidiali, in quanto elaborata da un combattente senz'altro geniale e in quanto erede della autorevole tradizione marziale giapponese e si lascia intendere ciò a scopi puramente commerciali e di proselitismo. Ma nel contempo si porta avanti una pratica che di marziale ha, troppo spesso, ben poco e che in nessun caso potrebbe formare dei combattenti in grado di fronteggiare con efficacia praticanti di sport da combattimento a contatto pieno o degli esperti di difesa da strada.
La pratica dell'aikido, così come è divulgata dalla quasi totalità degli insegnanti del mondo Aikikai, è oggi talmente priva di spirito e di intensità marziali che non sono rare le occasioni in cui mi è toccato vedere (nel più clamoroso fraintendimento dell'esempio del Maestro Ueshiba!) rappresentanti del più alto rango dell'aikido mondiale proiettare stuoli di uke accondiscendenti… con un dito!
Certo, chiunque abbia veduto i filmati relativi agli ultimi anni di insegnamento del Maestro Ueshiba, ha potuto osservare quest'uomo straordinario effettivamente proiettare i suoi allievi senza alcuno sforzo e senza alcuna vera azione fisica. Ma tutto ciò a termine di una lunghissima evoluzione artistica (all'origine della quale vi era stata però la più dura formazione marziale) e ad esemplificazione di una concezione mistica dell'arte che, nelle mani di chiunque altro, si rivela solo come un imbarazzante scimmiottamento.
Trovo che sia una scena tristemente ridicola quella a cui si assiste quando si vedono insegnanti di aikido di basso livello mostrare a praticanti novizi come si immobilizza o proietta un avversario più grosso e pesante senza fare praticamente nulla!
Mi ripeto: il rapporto tra la pratica dell'aikido e quella del combattimento è un rapporto complesso e il suo fraintendimento è forse la più grave colpa delle organizzazioni che si sono incaricate di divulgare la nostra arte dopo la morte del suo Fondatore.

La tecnica è un mezzo che serve a raggiungere un fine.
L'aikido, in questo senso, non può essere considerato una tecnica perché non ha, in realtà, alcun fine. È la cosa più difficile da far comprendere ad un principiante eppure è ciò che gli si chiede di realizzare sul tatami fin dal suo primo giorno di pratica.
Prendiamo ad esempio la seguente forma, che tutti gli aikidoka del mondo conoscono ed esercitano.
Un praticante afferra il polso del suo partner di allenamento. Quest'ultimo, guidando la spinta di questo movimento di presa e disperdendola lungo una traiettoria circolare, fa ruotare uke di 360°, squilibrandolo con la forza dell'accelerazione, dopodiché sollevandogli il mento con un movimento del braccio e curvando all'indietro la sua nuca, lo costringe a cadere. Uke, impossibilitato a reagire in altro modo, "accetta" l'azione del suo partner e cade rotolando sul tatami e rialzandosi, pronto a ricominciare immediatamente da capo.
Questa forma è per lo più nota sotto il nome di katate tori en no irimi nage. Qual è il suo scopo?
Così come io la pratico e la insegno, per una sua esecuzione corretta è necessario che uke prenda il polso del suo partner con la massima decisione e rapidità possibili e con la chiara intenzione di immobilizzarlo; egli deve inoltre visualizzare la sua presa come l'incunearsi di un deciso attacco contro l'asse centrale del corpo del partner. Il partner, dal suo canto, nell'eseguire la proiezione, deve invece svolgere tutti i suoi movimenti in modo da mantenere in ogni istante un controllo totale sull'asse centrale del corpo di uke e sulle sue possibilità di movimento e reazione. Chi esegue la proiezione deve avere su uke un controllo tale che, virtualmente, in ogni istante deve poter decidere di interrompere il flusso dell'azione formale e colpirlo in modo letale. La proiezione - eseguita in modo da consentire ad uke di cadere senza subire alcun danno e di ricominciare il ciclo dell'esercizio - deve infine sempre configurarsi come una scelta consapevole di chi la esegue e mai come un automatismo.
Tra le altre cose, questo esercizio, svolto in questo modo, educa uke ed il suo partner a fare la cosa giusta e a mantenersi in una situazione corretta dal punto di vista della tutela della propria incolumità, durante l'intero svolgersi dell'azione. Esso insegna inoltre a sviluppare un notevole potere di attrazione centripeta e di controllo sull'avversario e a proiettare individui anche molto più grossi di noi sfruttando semplicemente i principi biomeccanici della stazione e dell'equilibrio e in nessun caso la forza muscolare. Per queste ragioni si può ragionevolmente affermare che la pratica assidua di questo esercizio è assai utile a sviluppare alcune delle più importanti capacità fisiche e strategiche che qualunque combattente deve possedere. Possiamo tuttavia sostenere che esso sia in senso pieno una tecnica di combattimento o di autodifesa? La mia risposta decisa è no.
Innanzitutto, il movimento che ho descritto contempla una conclusione che non è in alcun caso compatibile con le necessità che ci imporrebbe uno scontro reale. E inoltre esso insegna modalità di controllo sul partner che intenzionalmente sono non definitive e non cruente (data la natura inaggirabilmente ciclica della pratica), e dunque assolutamente inadatte a situazioni in cui è in gioco la vita.
Queste caratteristiche di ciclicità, non violenza e astrattezza sono comuni a tutte le forme dell'aikido. Ed è proprio per mettere in evidenza l'apparente (e magnifica) contraddizione insita in movimenti che devono essere assolutamente efficaci e marziali fino all'istante del loro compimento ed evolversi poi in aperture e rilasci non violenti dell'aggressione altrui, che il Maestro Ueshiba accentuò sempre più, negli ultimi anni della sua vita, il loro carattere fluido, morbido e spoglio di concreto riferimento alla realtà del combattimento.
Ma è, a mio giudizio, un errore gravissimo interpretare queste dimostrazioni del Fondatore come un invito a spogliare i movimenti dell'aikido da quell'efficacia totale che pure essi devono conservare fino all'istante finale. Ed è un errore altrettanto grave confondere questa ricerca dell'assoluta efficacia marziale del gesto aiki con la possibilità di applicare concretamente tale gesto, così com'è, in contesti di scontro.
Quelli che vogliono difendere quest'ultima posizione finiscono generalmente col sostenere due tesi ugualmente assurde: la prima è che si possa ugualmente sostenere uno scontro cruento, da strada, proteggendo la propria incolumità con tecniche non violente che "fraternamente" lasciano indenne l'avversario e gli consentono di aggredirci nuovamente. Provate a farvi circondare da un gruppo di naziskin ubriachi che hanno voglia di fare a fette la vostra faccia (come è capitato a me) e a reagire "amorevolmente". Sono molto curioso di sapere se riuscirete a sopravvivere abbastanza per spiegarmi come si fa!
La seconda delle tesi assurde è che l'aikido contempli in realtà anche lo studio di forme "applicative". È vero che le forme di aikido possiedono tantissime varianti, ma tutte riflettono il principio di base di un'azione non finalizzata alla risoluzione definitiva dello scontro. Se esistono varianti "applicative", per definizione, esse non rientrano nell'aikido e oltretutto non ho mai conosciuto nessuno che passasse del tempo ad esercitarle seriamente. Credo che una delle verità più semplici e universali circa il combattimento sia stata efficacemente formulata da Dan Inosanto. Egli è solito ripetere: come ti alleni, così combatterai. È ragionevole passare ore ed ore ad esercitare forme che per essenza sono inapplicabili negli scontri reali e pensare poi di affidare la propria salvezza, in caso di necessità, ad "applicazioni" che non si sono mai seriamente esercitate?

Per come la vedo io, l'aikido non ha tecnica e non ha scopo. È stato ideato dal suo Fondatore con l'intenzione di diffondere una pratica che consentisse agli uomini di prendere contatto con il proprio ki e di sviluppare un rapporto di integrazione e pacificazione con il mondo. L'aikido è nato sotto la parola d'ordine del disarmo universale e non sarò io a svilire questa sua natura e questa sua ambizione.
L'aikido non è una tecnica di difesa personale né uno sport da combattimento. Ma neppure può essere considerato come una specie di ginnastica terapeutica. Anche questa interpretazione finirebbe infatti col ridurre la sua natura ad un qualche genere di profitto e di finalità pratica.
L'aikido è senza scopo e basta. Esso ci mette in contatto con la realtà del ki e tale contatto esige una seria emancipazione dallo scopo e dalla volontà cosciente come guide dell'agire. Ho imparato a formulare questa connotazione dell'aikido mutuandone le parole dagli scritti del maestro Itsuo Tsuda. Amo questi scritti, che sono diventati negli anni per me una guida indispensabile nel mio cammino sulla via dell'aiki. Ma l'emancipazione dallo scopo e dalla volontà cosciente appartiene in verità alla mia esperienza diretta da prima che incontrassi la parola del Maestro Tsuda. Quando ho sentito il Maestro parlare dell'assenza di scopo ho semplicemente riconosciuto nel suo discorso una più giusta formulazione di qualcosa che avevo già scritto sulla mia carne.
Ma resta comunque per me molto difficile far comprendere ciò a chi mi chiede di apprendere l'aikido. Il fatto è che l'arte rivela la sua natura e il suo senso solo a chi vi è già interamente immerso da un po’ di tempo, mentre quando si prova a spiegarne l'essenza a chi può soltanto osservarla dall'esterno, si finisce col ritrovarsi sempre in un dialogo tra sordi.

Il ki è uno, inanalizzabile, indivisibile, inconoscibile, incomprensibile al concetto ed alla ragione che tutto scinde, categorizza e distingue. Esso è la natura integrata ed elegante del tutto da cui io non sono distinto. Se il ki prende una forma fissa o uno scopo allora muore, svanisce. Ogni disciplina che ricerca il ki pone la necessità di questa assenza di tecnica e di scopo a proprio fondamento. L'arte (qualunque arte) è per me propriamente il territorio di ricerca del ki ed è per questo che considero l'aikido innanzitutto un'arte nel suo senso più pieno ed in questa ottica di artisticità mi dedico ed invito i miei allievi a dedicarsi alla sua pratica. E' essenzialmente sul piano di questa preliminare assunzione della natura dell'aikido che sento di dover sottolineare la differenza della mia pratica da quella di molti altri aikidoka.
Come faccio a sapere che il mio aikido è effettivamente una pratica capace di conseguire una certa armonizzazione del ki? In effetti non posso saperlo. Posso però raccontarvi ciò che ho constatato.
Un paio di anni fa arrivò nel centro sportivo dove tengo i miei corsi un ragazzo desideroso di praticare qualche disciplina marziale che gli ridesse un po’ di vigore. Era un tipo gioviale e semplicione ma recava ancora su di sé i segni del tremendo incidente di cui era stato vittima. Dopo essere stato investito da un camion mentre girovagava sul suo motorino, quel ragazzo aveva subito lo schiacciamento e la deformazione di un intero emisfero del cervello, era rimasto in coma per diverse settimane e poi ("miracolato", a parere del popolo) si era ripreso. Tre anni di terapie riabilitative lo avevano rimesso in piedi in qualche modo ed egli aveva ripreso una vita normale. Il suo eloquio non era però ancora perfettamente chiaro e, soprattutto, aveva ancora serie difficoltà a mantenersi stabilmente in equilibrio in piedi. Se avvicinava troppo i piedi rischiava di cadere e per mantenersi eretto doveva continuamente spostare il peso del corpo da un piede all'altro. Il direttore del centro lo indirizzò verso il mio corso di aikido, considerandolo poco adatto agli altri corsi. Lo accolsi con spontanea simpatia e, come spesso mi accade, a causa del mio carattere incauto e sconsiderato, gli dissi che in poco tempo lo avremmo rimesso a nuovo! Il mio ottimismo era sincero ma quando parlavo di poco tempo davvero non pensavo che sarebbe avvenuto ciò che in realtà avvenne. In circa quattro mesi, praticando mediamente due volte a settimana per un'ora e senza ricevere alcuna attenzione particolare da un insegnante notoriamente considerato severo e poco loquace, questo ragazzo imparò a camminare su una stretta linea immaginaria in avanti e all'indietro, a saltare, a cadere, a rotolare e a rialzarsi senza mostrare nessuna particolare difficoltà in più a quelle che mostrano in genere tutti i principianti! Non sono un terapeuta, non penso all'aikido come a una terapia. Feci con quel mio studente soltanto ciò che faccio con tutti gli atri, ossia mi impegnai a rimetterlo in contatto con il proprio ki, con le risorse più intime e recondite della sua vita e tanto bastò.

Se mi domandate perché mai dovreste mettervi a praticare l'aikido, davvero non saprei cosa rispondervi. Se mi chiedete invece perché mai io lo pratichi, allora posso dirvi che ogni sera salgo a piedi nudi sul tatami e la sensazione di freschezza che ricevo da questo semplice gesto mi ripaga di tante fatiche quotidiane. Posso dirvi che non so fare a meno dell'odore che associo all'ambiente della mia pratica e che sudando, cadendo e proiettando le mie giornate stranamente mi appaiono più sensate e più belle. Ogni tanto poi vedo accadere cose straordinarie alle persone che sono intorno a me e sono felice di essere lì quando questo succede.

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