SHIKADO

In questo blog troverai le riflessioni di un insegnante di arti marziali sulla natura del budo e sul suo significato nel contesto della civiltà contemporanea. Vi troverai inoltre pensieri concernenti i saperi strategici e la loro rilevanza nella formazione dell'individuo. Poichè questi appunti seguono un unico filo discorsivo, ne consiglio la lettura a cominciare dal primo.

Saturday, January 28, 2006

3. Aikido e Budo


Aikido e Budo.

Pare che sia una regola a cui proprio non si possa sfuggire: quando un uomo illuminato insegna e predica affinché gli individui imparino ad emanciparsi da ogni servitù, da ogni formalismo e da ogni limitatezza dello spirito, succede sempre che, alla sua morte, quelli tra i suoi discepoli che peggio hanno inteso il suo insegnamento si coalizzano e si organizzano per costruire subito una chiesa, una disciplinata, gerarchica, ricca ed efficiente congregazione di officianti professionisti, che si dedicano con zelo alla rapida diffusione del verbo e all'altrettanto rapido accrescimento delle proprie fortune e del proprio potere.
Questa è secondo me una buona sintesi della storia di tutte le religioni, questo è ciò che accade a tutti i grandi lasciti di pensiero, all'esempio di tutti i grandi artisti e questo è ciò che è accaduto anche all'aikido. Non ne faccio una polemica morale, credetemi. La mia è solo la semplice constatazione di un fatto, la considerazione distaccata di qualcosa che appartiene alla stessa natura umana. L'umanità è nella sua maggioranza mediocre, pigra, povera di slancio e di spirito, incapace di autentica immaginazione creativa e preda della paura, della vanità, dell'egoismo e del risentimento. È così da sempre e non c'è di che rammaricarsi troppo.
All'indomani della morte del Maestro Ueshiba, il fondatore della nostra arte, fu da preoccupazioni e da polemiche molto poco connesse allo spirito di emancipazione e di ricerca da lui incarnato che scaturì l'attuale configurazione organizzativa dell'aikido mondiale.
Il fondatore dell'aikido era un uomo che aveva scelto di ritirarsi in montagna per fare il contadino e praticare la sua arte insieme a pochissimi affezionati discepoli e che lasciava liberamente evolvere la sua ricerca secondo direzioni e sviluppi sempre nuovi. L'eredità di questo esempio fu raccolta invece da un'impresa politica e commerciale che si chiama Aikikai. Dopo aver codificato in maniera sempre più dettagliata i contenuti "tecnici" dell'aikido e averne espunto gli aspetti meno formalizzabili e comprensibili ai più (come la pratica delle armi e del takemusu, il rituale dello shinkokyu ed il misogi), l'Aikikai si dispose a "colonizzare" il pianeta, seguendo l'esempio dei colleghi karateka della JKA, inviando in ogni angolo del mondo un insegnante plenipotenziario che si impegnasse a fare proselitismo attraverso una elargizione sapientemente gestita di nozioni e diplomi. Per sedare in qualche modo le polemiche tra i molti pretendenti al "trono" lasciato vacante da Ueshiba Morihei, i soci dell'Aikikai decisero poi di mettere a capo dell'organizzazione il suo figlio maschio e di inaugurare così la prassi dell'eredità per discendenza diretta del titolo di Doshu (guida dell'aikido mondiale), prassi del tutto estranea alla tradizione ed allo spirito del budo ma ben conforme invece alla cultura imperiale ed imperialista del Giappone di Hirohito. Questa scelta lasciò scontento il gruppo di Iwama che si riconosceva intorno alla figura del Maestro Saito, il quale a buon diritto rivendicava di essere stato l'unico vero assistente di Morihei nella sua ricerca per oltre vent'anni, nonché il suo discepolo di grado più elevato, l'unico al quale Morihei aveva trasmesso per intero anche i contenuti della pratica con le armi e l'unico al quale aveva concesso di insegnare questa pratica in sua presenza. Alla scissione del gruppo di Iwama seguirono i distacchi delle organizzazioni fondate da altri Maestri che erano stati allievi di Morihei in periodi diversi della sua ricerca e che contestavano le pretese assolutistiche dell'Aikikai, ma dopo quarant'anni, in virtù della sua indiscutibile efficienza organizzativa ed imprenditoriale l'Aikikai resta pur sempre l'organizzazione di maggior peso nella promozione e nell'irregimentazione dell'aikido mondiale.
Io credo che l'opera di divulgazione condotta dall'Aikikai e dalla maggior parte delle altre organizzazioni che hanno operato dopo la morte del Fondatore rechi la grave responsabilità di aver diffuso un'immagine dell'aikido troppo ambigua e di avere nel contempo creato le condizioni perché la libera espressione dei contributi individuali alla crescita ed allo sviluppo della nostra arte sia di fatto ostacolata ed inibita. Credo che l'aikido debba servire all'uomo come uno strumento per la sua libera ricerca dell'emancipazione e, per far ciò, credo innanzitutto che esso debba riappropriarsi del proprio significato originario di ricerca artistica, priva di vincoli formali e tecnici, che aspira a portare il budo fuori dalla sua stessa tradizione, attraverso una pratica in nessun caso e in nessun senso competitiva, aggressiva o finalizzata allo scontro ed all'autodifesa. Questa è la mia opinione, ma non sono, in generale, tanto affezionato alle mie opinioni da pretendere che qualcun altro le condivida. Rivendico semplicemente il diritto, mio come di ogni altro praticante al mondo, ad autodeterminarmi nel mio cammino nell'arte e ritengo che l'unico vero obiettivo legittimo di qualunque organizzazione che avesse voluto raccogliere l'eredità di Ueshiba Morihei sarebbe stato quello di difendere e promuovere l'effettiva realizzazione di questo diritto.
Le cose sono andate diversamente, in effetti, ma in fin dei conti la ricerca dell'arte è affidata all'autodisciplina dell'individuo ed a nient'altro e per questo non ho particolari motivi di rammarico.

Penso che il nocciolo della questione sia il rapporto tra aikido e budo. Restituire all'arte la sua natura originaria significa oggi innanzitutto chiarire efficacemente questo rapporto.
Se comprate uno qualunque dei tanti manuali di aikido che sono in circolazione, vi troverete senz'altro in introduzione o in appendice all'opera una piccola ricostruzione della biografia del Fondatore. Io, che sono un lettore maniaco, ne posseggo veramente moltissimi e ho constatato che le biografie in essi riportate si somigliano tutte in maniera incredibile. In realtà si tratta semplicemente di versioni più o meno approssimative della stessa agiografia ufficiale che l'Aikikai si è data da fare per diffondere sin dall'indomani della morte del Maestro Ueshiba. A leggere tale agiografia ci si fa l'idea che l'aikido sia il prodotto di una pseudo-illuminazione ricevuta da Ueshiba Morihei a seguito di esperienze mistiche ed avventurose condotte da quest'ultimo nell'ambiente della setta religiosa Omoto kyo e sotto la guida degli insegnamenti pacifisti e non violenti del fondatore di tale setta, Onisaburo Deguchi.
Come ha ben chiarito Andrè Cognard nella sua opera Aikido. Il corpo cosciente, si tratta di una storiella puerile in cui a dati biografici autentici si alternano idee molto confuse sulle radici culturali dell'arte e mistificazioni insostenibili di fatti storici accertati.
Visti dall'Europa, lo zen, il budo, lo shinto, il misticismo di certe sette come l'Omoto kyo e perfino lo yoga, il taijiquan, il taoismo e tutte le forme culturali e le pratiche artistiche, ascetiche o religiose provenienti dall'estremo oriente sembrano formare un unico grande calderone indistinto, da cui liberamente l'uomo occidentale attinge per appagare le sue insoddisfazioni spirituali o le sue curiosità new age. In Asia però le cose stanno in modo molto diverso e questi nomi corrispondono a realtà che vengono percepite come nettamente diverse tra loro. È molto comune dalle nostre parti (pure troppo, secondo me) l'abitudine di fare integrazioni, accostamenti e sovrapposizioni tra tradizioni e discipline che hanno invece origini storiche, eredità e contenuti culturali molto ben distinti. In parte ciò consente in effetti di liberare possibilità creative per lo spirito, ma a volte la confusione che si fa tra cose diverse e incompatibili impedisce di comprendere seriamente e fino in fondo il senso di ciò di cui si discute.
Il legame tra budo e buddismo zen, ad esempio, è forte ed accertato: si tratta di due tradizioni che si sono influenzate reciprocamente in Giappone per molti secoli. Ma il Maestro Ueshiba non fu mai buddista e rifiutò sempre decisamente i concetti più pregnanti di questa religione. Perciò davvero non si capisce da dove sia mai potuta venir fuori l'idea di questa sua pseudo-illuminazione, visto che la nozione stessa di satori (illuminazione buddista) era del tutto estranea all'orizzonte culturale della sua ricerca. E ancor meno si comprendono quei discorsi che vogliono forzosamente ricondurre l'aikido sul terreno dello zen!
L'Omoto kyo era una setta che predicava una teologia ed una cosmologia fondate sulla rivelazione da parte di una divinità la cui radice ideativa è evidentemente cinese. Questa setta era all'inizio del secolo molto invischiata con i peggiori ambienti dell'imperialismo fascista che stava prendendo corpo in Giappone in quell'epoca, partecipò attivamente all'impresa coloniale della creazione nel nord della Cina della stato fantoccio del Manchukuo e fu poi violentemente repressa dal governo giapponese a seguito di episodi ancora non ben chiariti. In ogni caso gli insegnamenti dell'Omoto kyo non avevano nulla a che vedere con lo shintoismo e rappresentavano una forma di misticismo ascetico in cui gli ideali di non violenza e pacificazione sono confluiti solo in un secondo momento.
Le radici culturali dell'aikido sono perciò piuttosto diverse da quelle divulgate (o, meglio, lasciate intendere) dall'Aikikai. Esse affondano nella libera rielaborazione che Ueshiba Morihei compì dei significati spirituali di alcune pratiche ascetiche e della cosmo-teologia trasmesse da Onisaburo Deguchi nonché nel suo attivo interesse per il misticismo del kotodama. Gli ideali di non violenza e di pacificazione universale che ispirano la pratica dell'aikido sono perciò l'esito dell'evoluzione spirituale di un uomo coraggioso che, passando per esperienze anche discutibili e contraddittorie, seppe approdare ad un'interpretazione del budo moderna e in sintonia con le esigenze del mondo contemporaneo, piuttosto che il frutto di una vera e propria tradizione. E questo segna già la prima importantissima differenza della nostra arte dalla realtà del budo tradizionale giapponese.
Anche ciò che, per lo più, si sostiene sull'origine delle forme tecniche dell'aikido, trovo che sia inesatto.
Come per quasi tutti i grandi maestri di arti marziali del Giappone pre-moderno, la formazione tecnica di Ueshiba Morihei fu molto più breve, discontinua e superficiale di quello che si suole credere.
Morihei iniziò a studiare il jujutsu ed il kenjutsu a vent'anni, su impulso del padre e con l'intenzione di arruolarsi nell'esercito imperiale. Studiò il jujutsu della scuola Yagyu ryu sotto la guida del Maestro Masakatsu Sakai per circa tre anni ed il kodokan judo con il Maestro Kiyoichi Takagi per più o meno altri tre o quattro anni. Ottenne dei diplomi in questi stili e, allorché fece la conoscenza di Takeda Sokaku - maestro della scuola Daito ryu - studiò con lui i concetti dell'aikijutsu per non più di sei mesi, interrompendo poi i suoi rapporti con tale maestro per dissapori personali. A conti fatti, la formazione tecnica del giovane Morihei dovette consistere in non più di sette anni di apprendistato presumibilmente discontinuo ed alternato alle necessità del lavoro agricolo e di molteplici spostamenti e viaggi. Ma questa era la condizione reale della trasmissione delle arti marziali tradizionali per la quasi totalità dei praticanti del suo tempo.
L'aikido fu perciò il prodotto di tantissimi anni di rigoroso e disciplinato autodidattismo, di una lunga opera di ricerca e rielaborazione dei concetti e delle nozioni trasmessi nell'ambito dell'antico bujutsu piuttosto che di una tradizione ancestrale. E ciò lo accomuna senz'altro a tutte le arti marziali nate dopo la restaurazione dell'imperatore Meiji. La tradizione del budo prevedeva che l'apprendistato presso un maestro durasse solo il tempo necessario a comprendere i principi e le forme dell'arte e a conseguire un mokuroku, ossia una conoscenza del "catalogo" delle tecniche. Lo sviluppo e l'affinamento dell'arte era invece affare di una ricerca individuale e autodidattica che cominciava proprio il giorno in cui aveva fine l'apprendistato presso il maestro. Tutto ciò è però incomprensibile per la massa di mediocri officianti che diffondono il verbo dell'aikido ed ecco perché ci si da tanto da fare per lasciar intendere che l'aikido abbia legami chissà quanto profondi con nobilissime ed ancestrali tradizioni di jujutsu esoterico. Questa è inoltre la ragione per cui ai pochissimi tipi di diplomi rilasciati tradizionalmente nelle scuole di budo (tre o quattro livelli di maestria, non di più) si è oggi sostituito il sistema dei dan, che se nulla ha aggiunto di fatto alla qualità e all'intensità della pratica, è servito però a costruire e a legittimare strane gerarchie tra i praticanti.
Una volta, durante un seminario, ho sentito il presidente della commissione tecnica nazionale di una delle maggiori organizzazioni che promuovono l'aikido in Italia, un insegnante 5° dan con oltre trent'anni di pratica, sostenere testualmente che l'appellativo di sensei (maestro o professore) spettava solo ad insegnanti di 6° dan o di grado superiore, ossia, in base all'usuale sistema con cui vengono rilasciati i gradi agli occidentali, a persone con quasi quaranta anni di pratica! Rimasi sconvolto da una simile ammissione di insicurezza e da un simile atto di sudditanza psicologica nei confronti dell'establishment giapponese. L'appellativo di sensei si riserva nella lingua giapponese a chiunque eserciti la funzione dell'insegnamento, in qualunque contesto ed a prescindere da qualunque valutazione di merito sulle competenze della persona. Eppure quell'insegnante di cinquant'anni, che aveva dedicato più di trent'anni allo studio dell'aikido si considerava inadeguato a tale titolo!
Il sistema dei dan, a mio parere, serve solo a coprire le insufficienze di una pratica povera, ambigua, priva di intensità e di autentici investimenti esistenziali. Esso serve a chi si sente insicuro di ciò che fa a giustificare il fatto che trent'anni di pratica non hanno prodotto ciò che egli legittimamente si aspettava, e serve, nello stesso tempo, a chi ambisce solo ad affermare il proprio ego, a trovare uno spazio adatto per farlo all'interno dell'organigramma gerarchico di un'organizzazione.
Lo sviluppo dell'arte, la realizzazione della via è un compito affidato sempre e soltanto all'impegno disciplinato, duro, difficile di un autodidattismo che si appoggia sulle fondamenta delle nozioni acquisite in un tempo di apprendistato ragionevolmente limitato. E questo è proprio ciò che più spaventa la gente e garantisce il successo delle organizzazioni. Molto pochi infatti sono quelli che accettano come un'occasione e una sfida il fatto che il conseguimento dell'arte non sia mai una questione di mera anzianità o di titoli. Non mi preoccupa affermare apertamente che si può praticare l'aikido per trent'anni tutti i giorni e rimanere esattamente gli stessi individui mediocri e spaventati che si era prima di cominciare. E affermo inoltre che si può essere allievi diretti dei più grandi maestri e fraintendere ugualmente il senso di tutto ciò che ci viene mostrato. Il cammino dell'arte, la Via, è una pista quasi invisibile tracciata nel deserto. La si percorre sempre da soli, a fatica, nell'incertezza e senza uno scopo. Essa non conduce da nessuna parte e l'unica ragione che può spingere un uomo a percorrerla è la volontà di viaggiare.

Le radici culturali dell'aikido sono diverse da quelle del budo tradizionale. Ma secondo me non sono poi una faccenda così importante. Personalmente non sono interessato al kotodama, alla cosmologia dell'Omoto kyo e neppure ai rituali ascetici praticati quotidianamente dal Maestro Ueshiba. Sono un occidentale che vive bene in occidente e cerco di non ancorarmi a nulla, di non dare al mio spirito nessuna forma, nessun nome, nessuna percettibilità. Forse questo mi avvicina molto allo zen ma non cerco, in ogni caso, di vestire l'abito di alcuna identità culturale. Credo tuttavia che la mia lontananza da alcune delle idee del Fondatore non mi impedisca affatto di cogliere il senso del suo messaggio e di custodirlo e coltivarlo nella mia ricerca quotidiana. Non condivido la posizione di chi vuole fare dell'aikido una specie di religione. Ho il diritto di autodeterminarmi nel mio cammino artistico, di scegliere cosa voglio imparare e da chi, di stabilire da me l'orientamento della mia ricerca. Non voglio servire un'organizzazione, non voglio servire neppure l'aikido. Voglio che invece l'aikido serva me, serva alla mia ricerca dell'integrazione del mio sé nel tutto di cui esso è parte.
Le forme, quelle sì che sono importanti.
Le forme dell'aikido ne custodiscono l'essenza e rivelano, più di ogni altra considerazione, il suo rapporto con la tradizione millenaria del budo giapponese.
In realtà, non penso affatto che le immobilizzazioni e le proiezioni dell'aikido brillino per originalità. Ho studiato, più o meno approfonditamente, molte arti marziali e ho riscontrato che la maggior parte delle nostre tecniche si trovano, codificate in versioni più o meno simili, in tanti altri stili. E ciò vale anche per i principi strategici e di movimento che le ispirano. Faccio alcuni esempi.
La tecnica kote gaeshi è studiata in molte scuole di jujutsu, è una delle applicazioni di certe forme del taijiquan di stile Chen ed è allenata nella pratica del dumog del kali filippino. Le tecniche di irimi nage (soprattutto nelle forme sankaku no e sokumen) costituiscono un pezzo importante del repertorio di molti ryu classici, dallo Yagyu al Daito. L'immobilizzazione ude osae (ikkyo) è praticata nel jujutsu del Kashima shin ryu e quella tekubi osae (yonkyo) è, insieme allo shi ho nage, un cavallo di battaglia del Daito ryu. Il qin na di molte scuole di kung fu cinese prevede svariate forme che somigliano a kote mawashi (nikyo) e a kote hineri (sankyo). Le nostre forme di koshi nage sono delle chiare evoluzioni di tecniche del kodokan judo. Le idee stesse di irimi, tenkan ed aiki (come principi strategici dell'azione difensiva) sono, infine, eredità plurisecolari di alcuni importanti ryu di jujutsu.
È un segno di ingenuità e di presunzione ritenere che le tecniche dell'aikido siano l'invenzione originale di un genio solitario. Esse appartengono più esattamente alla memoria collettiva delle arti guerriere sviluppate dai popoli dell'estremo oriente.
Eppure devo dire che vi è qualcosa di fondamentalmente diverso nelle forme di aikido, che le distingue dalle omologhe tecniche trasmesse in altre scuole.
Tanto per cominciare, l'attenzione che nella pratica dell'aikido si dedica all'assoluta correttezza biomeccanica dei movimenti non ha molti equivalenti in altre pratiche. In una buona scuola di aikido la maggior parte del tempo e del lavoro didattico la si concentra su una serie di esercizi atti a conseguire il perfetto coordinamento di tutte le risorse psicofisiche in ogni singola azione. L'attenzione ossessiva al corretto rapporto funzionale tra le articolazioni e le catene muscolari e alla distribuzione del peso in ogni fase del gesto tecnico e, soprattutto, l'assoluta necessità di eseguire ogni movimento conservando le spalle ed ogni gruppo muscolare non direttamente interessato nell'azione in una condizione di totale rilassatezza servono a realizzare effettivamente la possibilità di conseguire un controllo reale della capacità aggressive dell'avversario senza ricorrere all'impegno della forza bruta. Ho constatato che - con la sola eccezione del taijiquan di stile Chen - nessun altra pratica marziale (tra le molte di cui ho fatto esperienza diretta) ha lo stesso successo dell'aikido nel dare a un praticante anche molto minuto e privo di doti atletiche, ma ben addestrato da punto di vista della biomeccanica aiki, la sensazione di un controllo certo ed efficace su avversari anche molto più grossi e forti. Ho già detto che la tecnica kote gaeshi è praticata in versioni molto simili anche nel kali filippino e in altri stili. Ebbene ho avuto la possibilità di osservare maestri di kali del più alto livello eseguire questo gesto e di sottopormi direttamente ai suoi effetti e devo ammettere che la sensazione di controllo che ne ho ricevuto è nettamente inferiore rispetto a quella che abitualmente mi trasmettono i grandi maestri di aikido con cui mi alleno. Trovo che nella tecnica eseguita dai praticanti di kali vi siano degli evidenti errori dinamici di cui non ci si rende conto per la differente attenzione che si porta sui dettagli della biomeccanica. Allo stesso modo ho verificato che l'uso dell'impegno muscolare per garantire l'efficacia del risultato tecnico nel judo e in altri stili di jujutsu è nettamente superiore a quello che si fa nell'aikido.
Devo riconoscere che il livello di abilità marziale dei miei studenti è in genere molto più alto di quello conseguito da studenti di altre discipline di pari esperienza e ciò a prescindere dai dati fisici ed atletici di partenza di ciascuno di loro. Ho sviluppato questa osservazione con umiltà durante molti anni di pratica e di insegnamento e attribuisco questo risultato all'efficacia intrinseca dell'organizzazione dei contenuti e della progressione didattico nell'aikido. Il praticante di aikido, indotto ad osservare e a correggere continuamente se stesso badando alla conservazione di un perfetto equilibrio, di una totale rilassatezza e di un corretto allineamento e coordinamento dei segmenti del suo corpo durante l'esecuzione di movimenti molto articolati e complessi, si ritrova in breve educato a conseguire costantemente un risultato massimo da un impegno minimo in ogni gesto che esegue, e ciò, senza dubbio, ha l'effetto di affinare sensibilmente i suoi attributi marziali e di innescare un circuito di evoluzione che cresce virtuosamente su se stesso. Questo segna senz'altro un'evidente differenza delle capacità marziali di un buon aikidoka dai risultati garantiti da tutti quegli stili che contemplano nella propria pratica di base movimenti e posture che sono in palese e violenta contraddizione con le regole della fisiologia umana.
La pratica delle armi - che nell'aikido del Fondatore (contrariamente a quanto avviene nell'ambiente Aikikai) impegnava almeno il cinquanta per cento del tempo totale e rappresentava il modello ispiratore della pratica a mani nude - è uno strumento potentissimo per la definizione dei principali attributi alla base di ogni efficacia marziale e perciò, a mio giudizio, è una delle ragioni più significative della differenza di risultato che oggettivamente intercorre tra l'aikido e molti altri stili. Non è possibile tirare cinquecento shomen uchi di seguito con un bokken di legno che pesa circa mezzo chilo se non si è correttamente imparato a mantenere il corpo in uno stato di perfetto rilassamento e a coordinare bene tutte le risorse biomeccaniche: la forza muscolare è del tutto inutile in un impegno di questo tipo e i praticanti che hanno una corporatura da culturisti sono quelli che normalmente trovano le maggiori difficoltà negli esercizi con la sciabola e il bastone. D'altronde proprio la ripetizione incessante di simili esercizi induce il corpo a "riorganizzarsi spontaneamente" per lo sviluppo degli attributi necessari.

Ho praticato a lungo e molto intensamente il karate, il judo ed il taijiquan. Ho studiato queste arti per oltre dieci anni sotto la guida di quelli che considero tra i migliori insegnanti di queste discipline che operano in Italia. Ho studiato - con minore intensità - anche il brazilian jujutsu, il kali e la kickboxing. Ma devo ammettere con assoluta onestà che nessuna di queste pratiche ha contribuito alla costruzione delle mie abilità di combattente come vi ha contribuito l'aikido. Si tratta di una osservazione personale, che però molti altri praticanti di aikido, che hanno seguito un percorso analogo al mio, confermano. L'aikido si pone fuori dall'ambito generale delle discipline del budo non solo per la sua storia e per le sue radici culturali ma anche per l'eccezionalità dei risultati pedagogici che il suo particolare percorso didattico garantisce. Questa sua positiva differenza era stata notata dai più grandi maestri di budo già quando il Fondatore era ancora in vita. È risaputo che il Maestro Kano Jigoro, creatore del judo, era solito inviare i propri studenti più brillanti al dojo del Maestro Ueshiba affinché conseguissero una comprensione più approfondita dell'essenza dell'arte. Ed è un fatto storico altrettanto noto che il Dai Nippon Butokukai (la più alta istituzione giapponese che si occupa della preservazione del patrimonio storico della tradizione marziale del paese) offrì di sua iniziativa al Fondatore di inserire l'aikido tra le discipline ufficialmente considerate patrimonio della nazione. Per rendersi conto dell'eccezionalità di un tale riconoscimento basti pensare che il karate dovette lottare a lungo per vedersi riconoscere uno status analogo, che tutt'oggi solo lo stile shorin ryu di karate è stato accolto da questa istituzione come un'arte che possiede la stessa maturità spirituale del budo e che, tuttavia, anche ai più grandi tra i maestri di questa disciplina fu riconosciuto solo il grado di renshi, cioè il grado più basso della gerarchia del budo tradizionale.
Vi sono effettivamente molte importanti ragioni per cui l'aikido deve essere considerato come sostanzialmente altro dal budo. E la più importante tra queste è, secondo me, custodita nella struttura formale delle sue tecniche.

Nessuno può dire con certezza quando e come ebbe inizio la storia del budo, ossia la storia delle arti marziali giapponesi. Le prime cronache scritte del Giappone risalgono all'Ottavo secolo dopo Cristo e riferiscono di numerose pratiche marziali che a quel tempo erano già considerate molto antiche. L'impero giapponese nacque dalla lentissima e violenta affermazione di un'etnia proveniente dal continente ed organizzata in clan sulle popolazioni indigene che abitavano l'arcipelago. Lo stato di guerra permanente in cui si plasmò la fisionomia dello stato e del popolo giapponese durò tuttavia ben oltre l'unificazione del territorio sotto la guida formale della dinastia imperiale erede del clan Yamato. Il Giappone non conobbe una vera condizione di pace fino al 1600, anno in cui Tokugawa Ieyasu riuscì ad imporre la sua supremazia su tutti gli altri clan e a consolidare il potere ereditario degli shogun, signori militari da sempre affiancati al potere (più formale che sostanziale) della casa imperiale. Non sorprende perciò che in un paese, che per mille anni ha avuto la guerra come sua principale occupazione, le discipline marziali abbiano finito per assumere una rilevanza culturale che non consoce uguali altrove e abbiano conseguito livelli di raffinatezza assolutamente sublimi.
Il budo nacque e si perfezionò sui campi di battaglia. Il suo scopo unico era quello di costruire un guerriero capace di ammazzare con un unico colpo il suo nemico e diventare perciò all'occorrenza una temibilissima macchina da combattimento. L'efficacia della tecnica e la risolutezza dello spirito furono per secoli i soli criteri di definizione e valutazione di tutte le pratiche coinvolte nell'educazione del guerriero. La rigida organizzazione gerarchica della società giapponese agevolò la conservazione ed il perfezionamento incessante delle arti marziali, che trovarono per secoli nei cruentissimi scontri tra gli eserciti feudali il proprio inappellabile banco di prova. La capacità di sconfiggere con le armi o a mani nude più nemici armati senza contare sulla forza fisica o sulle abilità atletiche era un obiettivo del budo dettato dalla necessità di preservare ed accrescere le qualità dei guerrieri nonostante l'invecchiamento e l'indebolimento del corpo, e dalla necessità di avere ragione di avversari quasi sempre protetti da pesanti armature, contro i quali la mera forza dei muscoli e dei colpi ben poco avrebbero potuto. Furono perciò le condizioni reali della guerra nell'epoca feudale a portare alla creazione di un diffuso e raffinatissimo sapere marziale tramandato in forme più o meno segrete all'interno di diverse scuole o ryu ha.
Dopo l'imposizione della pace feudale da parte dei Tokugawa, le guerre civili si arrestarono ma le arti marziali furono ancora oggetto di ulteriore perfezionamento e crescita. Nei secoli Diciassettesimo e Diciottesimo, anzi, esse raggiunsero probabilmente il loro massimo punto di evoluzione. Sotto l'ispirazione della cultura zen, infatti, i grandi maestri d'arme concentrarono in quel periodo la propria attenzione sulle capacità formative e spirituali che erano implicitamente connesse alla coltivazione della abilità e delle virtù marziali e trasformarono quelle che erano state per secoli mere tecniche di combattimento in arti dell'emancipazione e della perfetta integrazione del sé.
Quando nel 1868 l'imperatore Meiji restaurò l'autorità imperiale ponendo fine alla dittatura degli shogun ed imprimendo al Giappone una violenta spinta verso la modernizzazione in senso occidentale, la tradizione del budo entrò in una crisi profonda. Scomparso infatti il contesto di guerre feudali che aveva dato origine alle pratiche marziali, venuta meno l'importanza sociale degli stessi samurai e in un mondo in cui eserciti di soldati non più professionisti combattevano ormai con armi da fuoco che non richiedevano alcuna maestria, che fine avrebbero fatto le scuole che custodivano l'antico sapere del budo? Nei decenni successivi alla restaurazione di Meiji si assistette così a due fenomeni paralleli: da un lato molte scuole di armi semplicemente decaddero, impoverirono la propria nobile tradizione e scomparvero nell'abbandono e nella dimenticanza, dall'altro alcuni grandi maestri compresero con intelligenza che era giunto il tempo di rivedere radicalmente i fini e le pratiche del budo e si diedero da fare per porre le antiche arti in sintonia con le esigenze di un mondo totalmente diverso e per salvarne i valori e la funzione educativa. Sotto la spinta di simili iniziative nacquero così le discipline del budo moderno. Spogliando le antiche pratiche dei contenuti più cruenti e più esplicitamente connessi all'uccisione del nemico e sviluppando nuove forme di allenamento che consentissero ai praticanti di addestrarsi incessantemente per tutta la vita per conseguire attraverso le arti marziali l'emancipazione, il benessere e la perfetta integrazione del sé, i più grandi maestri dell'inizio del Novecento crearono il kendo, il kyudo, il judo, il karate e l'aikido e diedero inizio alla diffusione di un sapere dedito al miglioramento ed alla pacificazione della civiltà umana. Quelli che in origine erano stati strumenti di morte e di sopraffazione divennero cammini di pacificazione e di emancipazione e il budo trovò la possibilità di affermare con chiarezza quella vocazione spirituale che lentamente nei secoli ne aveva sempre più segnato l'evoluzione.
Tra le varie arti che realizzarono questa importante trasformazione culturale del budo, l'aikido è forse quella che con più determinazione e chiarezza ne assunse le conseguenze. La pratica dell'aikido possiede infatti una struttura che non consente nessun equivoco circa i propri scopi pedagogici: essa è sempre ciclica, tale cioè che ogni praticante assume a momenti alterni entrambi i ruoli previsti dallo scontro; è una pratica non competitiva, in cui non è possibile stabilire alcuna vittoria né alcuna sconfitta; è una pratica non aggressiva, in cui ogni gesto tende a realizzare un ideale di equilibrio, naturalezza e grazia; e soprattutto è una pratica fatta di forme che per il novantanove per cento dell'esecuzione insegnano all'adepto l'esercizio di un controllo totale dell'avversario, ma che nell'ultimo un per cento dell'azione gli ricordano la necessità di risolvere sempre tale controllo in una liberazione cosciente e di trasformare lo scontro in un atto creativo e vitale.
Ecco perché, fin dal suo primo esercizio sul tatami, il praticante di aikido non può nutrire dubbi o incertezze sul senso e sul fine di ciò che sta compiendo, ed ogni ambiguità indotta a questo proposito da un cattivo insegnamento è un pesante ostacolo al pieno dispiegamento di tutte le capacità liberatorie e di emancipazione umana insite nella via dell'aiki.
Questo è ciò che ho compreso circa la natura della nostra arte e questa è la convinzione che ispira la mia pratica e che mi induce ad assumere una posizione sempre più indipendente da quanto viene oggi realizzato dalle principali organizzazioni che diffondono l'aikido nel mondo.

2 Comments:

Blogger Diego said...

Mi riallaccio solo alla parte riguardante la Via perché la metafora della "pista quasi invisibile tracciata nel deserto" è di forte suggestione. All'inizio mi ha dato la sensazione come di un qualcosa di effimero, instabile e con il rischio di essere perduta per sempre. Però mi sbagliavo perché all'inizio della mia pratica non sapevo nemmeno cosa fosse la Via ed ora più che vederla ne sento il richiamo. La Via c'era già prima? E' venuta dopo? O più semplicemente non ero in grado io di vederla/percepirla?
Si legge che Musashi, anche dopo anni di duelli e di "certezze" sul campo, metteva in dubbio la sua capacità di "sentire" la Via. Ma al 99% delle persone davvero importa tutto questo? E' più facile ottenere un grado dan (e parlo di gradi sudati e non "leccati") che fare un solo passo in questa direzione che, e qui concordo sul fatto che l'Aikido non è la gallina dalle uova d'oro, questo concetto non è nuovo ma esiste nel Budo già da molti secoli.

5:53 AM  
Blogger Diego said...

Mi riallaccio solo alla parte riguardante la Via perché la metafora della "pista quasi invisibile tracciata nel deserto" è di forte suggestione. All'inizio mi ha dato la sensazione come di un qualcosa di effimero, instabile e con il rischio di essere perduta per sempre. Però mi sbagliavo perché all'inizio della mia pratica non sapevo nemmeno cosa fosse la Via ed ora più che vederla ne sento il richiamo. La Via c'era già prima? E' venuta dopo? O più semplicemente non ero in grado io di vederla/percepirla?
Si legge che Musashi, anche dopo anni di duelli e di "certezze" sul campo, metteva in dubbio la sua capacità di "sentire" la Via. Ma al 99% delle persone davvero importa tutto questo? E' più facile ottenere un grado dan (e parlo di gradi sudati e non "leccati") che fare un solo passo in questa direzione che, e qui concordo sul fatto che l'Aikido non è la gallina dalle uova d'oro, questo concetto non è nuovo ma esiste nel Budo già da molti secoli.

5:55 AM  

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